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domenica 22 luglio 2018

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Inverno

di Marco Celati - mercoledì 13 dicembre 2017 ore 16:55

L’inverno è una foto in bianco e nero, con un cielo livido e una luna inaspettata. Una canzone di De André che mi manda un amico. Alla fine arriva sempre l’inverno, desolato come spesso esistere. Segue l’autunno, lo completa e gli dà fine. Non diresti mai che precede e annuncia la primavera. Sembra più una stagione per vecchi, quelle solitudini in fondo alla vita che non puoi farci nulla, l’inverno del tempo e del cuore. In città arriva all’improvviso con quel freddo umido che ti si stringe addosso, ti entra nelle ossa e i vestiti non possono niente. È un freddo che respiri: un po’ ti resta dentro e un po’ se ne torna nell’aria, con gli sbuffi bianchi dei fiati. Alla finestra comunque è bello restare a guardare la pioggia battente e, sotto, la vita che scorre indaffarata. Ci sono i ragazzi che vanno a scuola, genitori, insegnanti, tutti di fretta e non è una fretta inventata. Le macchine passano veloci, schizzando. Un vento ghiaccio soffia sulle cose. Fra poco è Natale, si sta bene e si sta male, fa la canzone, fra poco è Natale. Quest’anno solo libri, ragazzi, i soldi sono pochi. Si dice così, poi magari qualcosa ci scappa sempre. C’è a chi va peggio e poi i libri sono libri, cazzo! Avercene libri. Di carta, come usavano un tempo, che li apri, fai frusciare le pagine e ne senti l’odore. E poi, se ti piace, sottolinei con il lapis una frase che ti ha colpito, ti scrivi da qualche parte un rimando che tanto poi scordi. Peggio, fai una becca sulla pagina per il segno.

Oddio, la carta viene dagli alberi e bisogna che valga davvero la pena. Semmai ci sarebbe quella riciclata. Oppure dalle foreste controllate che vengono ripiantumate. Bè, un libro è sempre un libro, in ogni caso, anche scaricato con le moderne diavolerie informatiche. Ci perdi la vista, ma salvi le piante. E riempi meno scatole di volumi, smonti, scarichi e rimonti meno scaffali in occasione delle liete ricorrenze dei traslochi. E anche se oggi non mi rimane impresso a lungo niente di quello che leggo, a volte nemmeno di quello che penso e dico o vorrei dire, un libro ti resta dentro. Ti piace sapere semplicemente che l’hai letto, ricordare che ti era piaciuto e basta. Per fortuna non sei tenuto a giustificare la tua opinione od il gusto, non devi pensarci tanto su, né ci devi scrivere un trattato. Così dici solamente: bello. Com’era quel libro? Bello e basta. Magari fosse tutto così, si potesse dire allo stesso modo di come si esiste o siamo esistiti. Com’è stato? Bello. Che cos’altro? Niente. Come la pubblicità della Nespresso: what else? La macchinetta del caffè me la regalarono i ragazzi, qualche Natale fa.

Forse quello che leggi ti resta comunque addosso. Dentro. Compensa il freddo dell’inverno e ti scalda la mente ed il cuore. Fa di te quello che sei, come parli e come scrivi. Imitando gli autori che ti sono piaciuti. C’è un racconto breve di Tabucchi, una lettera, una frase che non ricordo nemmeno bene: il protagonista parla di un amore, di quando erano stati insieme, quando andavano al cinema e lui posava il pullover sulla poltrona accanto alla sua e aspettava che lei tornasse con le noccioline, in una notte liquida, come la polpa di un’albicocca. È successo a tutti, anche all’autore che racconta per sé e di sé e per gli altri e degli altri che leggeranno. È successo anche a me. Ecco: una frase da niente, scritta come si deve scrivere, diventa tutto. Un infinito minimo. Un ricordo, come quando ci amavamo e ci dimenticavamo di mangiare. Un rimpianto, quella tristezza che ti fa sentire migliore. Un messaggio dalla penombra dove forse ora anche Tabucchi si trova e da lì continua a scriverci del porto di Lisbona e della foce del Tago al crepuscolo dove scorrono i traghetti, avanti e indietro, e la vita trascorre insieme al suo rovescio, lungo i moli dove si va ad aspettare nessuno, ma con un po’ di fortuna si può incontrare Bernardo Soares e Álvaro de Campos o Pessoa in persona. Oppure uno di quei piccoli equivoci senza importanza o rimedio che ti accompagnano lungo la vita. Verso dove non si sa, verso una verità che non scoprirai e forse non esiste, verso il filo dell’orizzonte che scorre insieme a te.

Ci sono delle bestie che, se attaccate da animali sovrastanti o più feroci, mettono in atto, per specie ed istinto, una loro strategia: giacciono riverse e si fingono morte. Realizzano la loro sicurezza in ragione della loro vulnerabilità, facendosi forti della propria debolezza. Assumono la propria morte a difesa della vita e così si salvano. Forse quegli animali siamo anche noi. O forse dovremmo, invece di aggredire per essere aggrediti. Tenere a bada la nostra arroganza. Gestire l’insicurezza prima di pretendere l’ordine assoluto. Quella bestia sono io. Esorcizzo la morte nel corso della vita. Il disagio per il dolore. La malinconia nobile per l’umore maligno. Tutti quelli che hanno paura di morire hanno la stessa paura di vivere. Così vivono le loro stagioni e tutti gli inverni, tanti o pochi che la Terra loro concede.

Quest’inverno ci regala una superluna, una luna più grande e luminosa. Perché più vicina o forse per un effetto ottico dovuto all’occhio e alla mente: un’illusione lunare, dopo tante delusioni terrestri. Un giorno gli uomini ci torneranno sulla Luna, come migranti, ci abiteranno, ci saranno delle stazioni. Coltiveremo ortaggi e alberi da frutto nei laboratori e nelle serre spaziali. Leggeremo Leopardi da lassù. Fischietteremo Blue Moon e Luna rossa. Saremo meno gravi. Vedremo sorgere e tramontare la Terra.

Marco Celati

Pontedera, Dicembre 2017

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I corsivi sono parole, frasi o titoli di Antonio Tabucchi. Più che citazioni un tributo, per quanto nelle mie corde. Resta poco di me, ma l’onestà letteraria prima di tutto. La canzone di Fabrizio de André è “Inverno”. La foto è mia, specialmente la luna. Il racconto contiene pubblicità non occulta, ma nemmeno pagata. 

Marco Celati

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