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mercoledì 26 settembre 2018

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

DIZIONARIO MINIMO: La razza

di Libero Venturi - domenica 09 settembre 2018 ore 09:11

Ottant’anni fa, nel 1938, il 6 maggio, fu “una giornata particolare”: Hitler venne in visita a Roma, ricevuto dal regime in pompa magna, regale e militare. Il professor Ranuccio Bianchi Bandinelli dell’Università di Pisa, suo malgrado, suo del professore, gli dovette fare da cicerone. Mussolini, il duce fascista, ricambiò l’ospitalità e gli onori ricevuti un anno prima, in Germania, dal führer nazista.

Il 5 settembre del 1938 fu un’altra giornata, ancora più particolare: venne pubblicato il Regio Decreto Legge 1340, la prima delle leggi razziali italiane firmata da re Vittorio Emanuele III e voluta da Benito Mussolini: ordinava l’esclusione degli ebrei dalle scuole. La prima delle leggi razziste voleva «la difesa della razza nella scuola fascista». Nei mesi successivi seguirono altri decreti con cui a una parte dei cittadini e delle cittadine italiane di origine ebraica vennero negati, prima i diritti politici e poi quelli civili. Persero il lavoro nei pubblici uffici, dovettero chiudere imprese e negozi. Furono deportati e uccisi nei campi di lavoro. Gli ebrei, i röhm e molti dissidenti del regime. Il decreto venne firmato alle 10 del mattino, quando il re aveva finito di passeggiare nella sua tenuta di San Rossore a Pisa. Le decisioni importanti è meglio prenderle al mattino, a mente fresca e dopo un po’ di moto.

Oltre lo strazio degli scolari e degli studenti allontanati dalla scuola, i professori universitari di ruolo, identificati come ebrei e cacciati, furono novantasei. In realtà il numero degli epurati fu molto più alto, tenendo conto dei ricercatori e degli studiosi che esercitavano la libera docenza: in totale si parla di più di trecento persone e tra loro vi furono importanti intellettuali e studiosi. I professori universitari dovevano giurare fedeltà al regime. Solo dodici in tutta Italia rifiutarono il giuramento. Tutti gli altri lo fecero, adducendo ragioni più o meno ragionevoli, e alcuni presero, più o meno tranquillamente, il posto dei loro colleghi ebrei esautorati.

Le leggi razziali furono anticipate e preparate dalla pubblicazione sul Giornale d’Italia – il 15 luglio del 1938 – del cosiddetto “manifesto della razza” o “manifesto degli scienziati razzisti”. Avere studiato è sempre una gran cosa, sopratutto le scienze. L’articolo, pubblicato in prima pagina senza firma, era intitolato “Il Fascismo e i problemi della razza”. Era diviso in dieci punti. Il primo affermava che “le razze umane esistono”. Tanto per la precisione. Si diceva poi che “la popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana”. E anche questa era una notizia. In seguito si prendeva posizione contro i matrimoni misti. Figuriamoci: sono già un problema quelli normali! Ma al punto 7, c’era la vera perla: “È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”. Francamente, come dire, senza se e senza ma, bando agli indugi. Dopodiché il punto 9 affermava, “naturalmente”, che “Gli ebrei non appartengono alla razza italiana”. Amen. Anzi, eia eia alalà!

Il supporto teorico e intellettuale a tanta franchezza razzista fu fornito, alimentato e seminato – una semina a lunga gettata e a lento rilascio – dalla rivista La difesa della razza, direttore Telesio Interlandi, segretario di redazione Giorgio Almirante. Peccati di gioventù, anzi di “giovinezza” e, specie per Almirante, altri ne seguirono. La sede era a Roma, a Palazzo Wedekind, proprio dove ora c’è la redazione del quotidiano indipendente Il Tempo che ha proclamato Mussolini, uomo dell’anno 2017. Dev’essere qualcosa che ha a che vedere col genius loci, ma, dice, è colpa della sinistra che continua a parlare ancora di fascismo e razzismo, quando sono ormai morti e sepolti. Tranne qualche piazza e strada intestata a personaggi del regime, qualche stazione balneare e qualche funerale con apologia del fascismo, qualche rigurgito antisemita, compresi i cori delle tifoserie ultras e il dileggio alla foto di Anna Frank e tranne qualche ghetto röhm dato alle fiamme, nonché qualche manifestazione xenofoba contro i neri che è bene che stiano o tornino a casa sua e non sbarchino e se muoiono dispiace, sarà mica colpa nostra. E a parte la copertina del Tempo con il faccione italico e ariano del duce.

Oggi sembra riprendere il sopravvento il nazionalismo. C’è una relazione tra nazionalismo, razzismo e fascismo? In passato c’è stata, eccome. Nel presente non è detto, ma nemmeno escluso. Ovviamente in forme nuove. Se uno dice: prima l’Italia, prima l’America, prima la Gran Bretagna, la Germania eccetera, cos’è? Sovranismo e non razzismo. Da un punto di vista linguistico o filologico può darsi, bisogna vedere però da un punto di vista etico o sociale. Perfino sui popoli eletti ci andrei cauto. Con tutto il rispetto, invece, per i popoli perseguitati. Tra l’altro, se tutti vengono prima, come si farà a mettere d’accordo ognuno di questi primi? Saranno primi a pari merito? O forse lo saranno a danno di tutti gli ultimi? E attenzione, perché per i primi c’è una selezione feroce, ma per gli ultimi si fa presto. Sotto a chi tocca. Ma come mai, questo è il punto, tanta cultura politica e tanta gente di destra, ma anche di sinistra sposa queste tesi? C’è un aggancio, qual è?

Diego Fusaro è un filosofo della sinistra radicale o sedicente tale, studioso di Karl Marx, che si colloca su posizioni sovraniste, anti capitaliste e anti globaliste. Cura un blog per la versione online de Il Fatto Quotidiano. È titolare della rubrica settimanale La ragion populista sulla testata online Il Primato Nazionale. Si è dichiarato contro il decreto legge relativo agli obblighi vaccinali perché un numero molto elevato di vaccinazioni obbligatorie gioverebbe agli interessi delle multinazionali del farmaco. Nel suo Pensare altrimenti, ritiene che la teoria del gender sia un modo che il capitalismo e le élite europee e statunitensi usano per distruggere le differenze sociali tra uomini e donne e disintegrare la famiglia, quale ultima fonte di sostegno dell'individuo. Considera l'euro come lo strumento di un governo transnazionale che ha imposto politiche neoliberiste e di austerità, a vantaggio della Germania e del capitale finanziario. Afferma inoltre che è in atto una manovra sovranazionale indirizzata a ottenere due obiettivi. Il primo sarebbe la riduzione del salario e l'abbattimento dei diritti dei lavoratori tramite un esercito industriale di riserva, da qui la contrarietà all’immigrazione; il secondo si identificherebbe nella volontà del capitale di rendere l'uomo senza identità e senza radici, così da poterlo condizionare e spostare a proprio piacimento. In qualche dichiarazione sui media, appare un nostalgico dell’URSS. Come possiamo definirlo, in sintesi: un post comunista conservatore? Un rivoluzionario reazionario? Internazionalista proletario non è. Insomma, non saprei.

Al di là delle posizioni politiche e filosofiche intellettuali, auliche e singolari, queste motivazioni danno una spiegazione e anche una giustificazione a modi di pensare popolari che vengono da sinistra, ma attraversano anche la destra. Specie in un mondo in cui si pensa che sinistra e destra non abbiano più alcun senso programmatico e identitario. Queste argomentazioni si sommano a quelle di una “cultura” di destra che agita oltre misura gli attentati alla sicurezza causati dall’invasione dei migranti, collegandoli arbitrariamente al terrorismo. Sono “troppi”: questa è l’unità di misura della drammatizzazione, la loro presenza è ritenuta eccessiva e minacciosa. La diffusione dell’islamismo sarebbe tale da minare la convivenza civile e distruggere la nostra identità nazionale, religiosa, perfino “etnica”. Gli ebrei erano un’esigua e pacifica minoranza, ma il fascismo e il nazismo li presentarono come una pericolosa minaccia. E questo, con i dovuti distinguo, sembra avvenire anche per gli immigrati nel nostro paese e in Europa. In Italia i cittadini stranieri sono l’8,3% circa sul totale della popolazione, dato del 2016. Insomma, ci vuole un capro espiatorio da dare in pasto allo scontento delle masse popolari ed eludere i problemi strutturali, economici e sociali, italiani ed europei.

La critica si appunta contro il capitalismo mondialista dei banchieri, specie i “giudei”, che controllano finanza e media, a partire dal miliardario George Soros, contro cui si muove il regime nazionalista ungherese di Orban, capofila delle nazioni di Visegrád. Sembra di sentire Mussolini tuonare dal balcone di Palazzo Venezia, davanti a una folla osannante, contro «le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente». Oppure a Trieste, in piazza dell’Unità: «L’ebraismo mondiale è stato, durante sedici anni, malgrado la nostra politica, un nemico irreconciliabile del Fascismo». E ancora «la storia ci insegna che gli imperi si conquistano con le armi, ma si tengono col prestigio. E per il prestigio occorre una chiara, severa coscienza razziale, che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime. Il problema ebraico non è dunque che un aspetto di questo fenomeno». Un altro aspetto era quello delle “faccette nere” delle conquiste imperiali.

Mutatis mutandis e tornando all’oggi, né la democrazia liberale, né quella rappresentativa sarebbero in grado di arginare i pericoli costituiti dalla globalizzazione e dall’integrazione, dall’avidità del potere del lucro e della finanza, dalla corruzione della politica, perfino dalla scienza e dal progresso asserviti alle multinazionali. E quindi vanno superate. Ecco il collante che tiene insieme, pur nelle evidenti diversità, sovranismo e populismo, due istanze politiche che tendono naturalmente ad integrarsi e condizionarsi vicendevolmente.

Forse sarà per questo che il simpatico e popolare ex sindacalista e socialista, Marcello Casati, il quale tiene banco nei media, commentando l’intervento di un cittadino di Pontedera che proponeva di far divenire il quartiere della stazione, Montmartre, un quartiere di Parigi, culturalmente multietnico, l’ha bollato con questo inappellabile pronunciamento: sarà un immobiliarista, la gente la pensa diversamente. Ma perché?! Era l’unica cosa veramente di sinistra sentita dire da un cittadino, da un pezzo a questa parte! E poi la gente la penserà pure diversamente, ma che sia un immobiliarista che c’entra? E anche fosse, cos’è? Un peccato, una colpa, una minaccia? E, sempre Casati, dice al supercritico dem Andrea Pieroni che per l’assegnazione delle case popolari andrebbero privilegiati gli italiani e, allorché questi gli accenna sommessamente all’insorgenza di una questione razziale, s’indigna e dice: razzista io, che all’UILM ho delegati senegalesi! Toglili allora, scusa, metti gli italiani, se vanno privilegiati... Insomma il sindacalista Casati dà la paga a tutti e effettivamente a sinistra ci sarebbe molto da rivedere, specie nel rapporto con il mondo del lavoro. E non v’è dubbio che la gente e molti lavoratori la pensino diversamente. L’interessante sarebbe sapere come, a livello politico, la pensa il Casati. Il voto è segreto, ma la chiarezza e la curiosità no.

Il fatto è che, senza riferimenti a nessuno e come riflessione per tutti, oggi non è più “i care”, ma piuttosto “me ne frego”. La vita e il mondo non sempre sono dei migliori. L'aveva capito Nereo Rocco. Triestino. Allenatore di calcio. Alla vigilia di una partita tra il suo Padova e la Juventus, a un giornalista che gli augurava «vinca il migliore», il “Paròn”, rispose: «Speremo de no!». Buona domenica e buona fortuna.

Libero Venturi

Pontedera, 9 Settembre 2018

Libero Venturi

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