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sabato 17 novembre 2018

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

DIZIONARIO MINIMO: Un tempo per resistere

di Libero Venturi - domenica 02 settembre 2018 ore 07:00

I sovranisti imperversano. Che poi sarebbero una versione aggiornata, riveduta, corretta e, se possibile, peggiorata dei nazionalisti che nel recente passato, in Europa e nel mondo “nocquer tanto”. Ieri li guidava un caporale tedesco con dei baffetti inquietanti, oggi un miliardario americano con un improbabile riporto. Il tedesco era il Führer della Germania nazista che ottenne dal popolo la maggioranza relativa nelle elezioni e poi dal Reichstag i pieni poteri, l’americano è il Presidente degli Stati Uniti d’America, anch’egli democraticamente assurto al potere. È sbagliato fare paralleli: uno era moro e l’altro è biondo, il primo divenne un dittatore razzista e il secondo resta un discutibile democratico, anzi un repubblicano, ma sempre in democrazia. Però un “vizietto” ce l’hanno in comune: il nazionalismo. Appunto. L’idea che sopra tutti veniva la Germania e ora prima di tutto viene l’America. E, per dirla con Guccini: “a culo tutto il resto!” Tra l’altro, questa idea sovranista cerca e trova molti proseliti: “Britannia first”, “la France avant tout”, “prima l’Italia” per non parlare dei paesi del patto di Visegrád che non vogliono accogliere profughi, migranti e gente di altra nazionalità, se non la loro. Nazismo e comunismo li hanno conciati bene.

Eravamo arrivati a interrogarci, a sinistra e non solo, sulla possibilità di una terza via tra mercato e stato, tra capitalismo e socialismo. Tra pubblico e privato. Tra democrazia formale e partecipata. Un terreno di riflessione comunque avanzato che traguardasse libertà e uguaglianza seguendo la stella polare della solidarietà. Ma oggi più che mai tertium non datur. Anzi, si torna a mettere in discussione il principio stesso della democrazia liberale: una testa un voto. In fondo a cosa servono la democrazia e le elezioni? A creare classe dirigente che ci rappresenta in Parlamento. Ma a cosa serve una classe dirigente se governa direttamente il popolo? Con i moderni sistemi informatici i cittadini attivi possono immediatamente prendere decisioni. E i cittadini passivi o affetti da digital divide? Be’, in fondo anche oggi ci sono gli astenuti. E chi è che controlla la proprietà e la correttezza dei sistemi e dei programmi informatici? Be’, in fondo anche oggi ci sono i poteri forti. Allora il Parlamento potrebbe essere non eletto, ma sorteggiato o scelto in base ad un sistema statistico ben più rappresentativo: tot donne/tot uomini, tot giovani/tot anziani, tot nordisti/tot sudisti, tot ricchi/tot poveri, tot bianchi/tot neri, tot buonisti/tot cinico-realisti e così via. Un metodo più efficace e giusto delle libere elezioni che possono anche sortire un risultato casuale. Così il Parlamento diverrebbe un organo, statisticamente rilevante, di garanzia e di vigilanza sulle decisioni dirette del popolo. Per la Costituzione occorrerebbe ovviamente qualche ritocco, il primo dei quali riguarda l’articolo uno. “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo”. Punto. “Che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” andrebbe abolito. Più sintetico e chiaro. Roba da matti! Ma mica tanto...

Oggi tra pubblico e privato sembra aprirsi una contrapposizione più netta e manichea. E il dualismo torna ad essere tra libera circolazione di uomini e merci da una parte e protezionismo e innalzamento delle frontiere dall’altra. Cioè si torna indietro, al primo novecento. Il liberismo e la globalizzazione non hanno certo risolto i problemi del mondo e, pur introducendo elementi di progresso, hanno mantenuto ed acuito la forbice tra ricchezza e povertà. Ma il nazionalismo, la chiusura delle frontiere, l’imposizione dei dazi e relative guerre commerciali saranno ancor più un disastro. Perché non si seguiranno la cooperazione e la solidarietà, bensì il conflitto e l’egoismo. E questo sarà un guaio, specie per l’Europa, dato che le super potenze continentali, America, Russia e Cina, se la cavano da sole a danno del “vecchio continente”, diviso e senza un leader riconosciuto. Perché diciamolo: l’Europa, sedicente culla della civiltà e dello stato sociale, alle succitate potenze rompeva più che altro i coglioni. E, purtroppo, il collante che unisce i sovranisti della Lega, e non solo loro, ai populisti del Movimento 5 Stelle, e non solo loro, è proprio il rifiuto dell’Europa.

Invece a noi e al mondo occorrerebbe un’Europa unita e migliore: una via di mezzo tra gli interessi di ogni paese e quelli comunitari, tra regolamentazioni e liberalità. Ci sarà pure un modo di tenere i conti in ordine e promuovere nuove istanze sociali senza essere solo “rigoristi”? Quelli semmai lasciamoli alla nazionale di calcio dopo i supplementari, per i campionati del mondo, se mai torneremo a disputarli. E si potrà essere a favore dei migranti e non delle migrazioni tragicamente imposte? È possibile essere solidali e aiutare i paesi da cui provengono i flussi migratori a crescere? Quale grande occasione, quale modo migliore per garantire nel mondo, a partire dal Mediterraneo, sicurezza e solidarietà! Invece precludere i porti alle navi delle Ong con a bordo i migranti perché siamo contro i negrieri equivarrebbe a chiudere le comunità sociali di recupero dei giovani tossicodipendenti perché siamo contro gli spacciatori. L’esempio è sbagliato, forse offensivo, ma rende l’idea.

In questo nuovo millennio, dopo aver vissuto, nel precedente, conquiste sociali e scientifiche, due sanguinose guerre mondiali, capitalismo, nazifascismo e comunismo, quali lezioni siamo in grado di trarre? Si affermeranno la pace, il progresso, lo spirito di fratellanza degli uomini, dei popoli e dei paesi? O l’aspettativa del popolo sarà coincidente solo con il concetto di nazione? Sarà possibile un incontro regolato e responsabile tra pubblico e privato, tra stato e mercato? Ci sarà un’Europa della moneta unica che diventa l’Europa solidale della crescita e dei giovani? Quella che sognarono durante la guerra e la prigionia, non a caso, Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi. Perché se non c’è siamo condannati alla deriva populista e alla rissosa e destrorsa intolleranza sovranista e razzista. Confinati in una posizione residuale, costretti ad un ruolo marginale, precipitati in una parabola declinante, in un mondo che cresce turbolento, insicuro e ineguale.

Eppure in questo Paese dei caporali e dei morti schiavi, dei femminicidi, dei rigurgiti razzisti, fra tanta vergogna e intolleranza, è confortante notare che ai recenti Campionati Europei molte medaglie sono venute, oltre che dalle donne, da sportivi italiani di colore, specialmente nell’atletica. L’Italia è risultata terza nel medagliere, dopo la Russia e la Gran Bretagna. La prima non fa parte dell’Unione Europea e la seconda ne è uscita. Praticamente siamo il primo vero paese dell’Europa. E l’altro motivo di conforto è che una ragazza di colore, presente all’incontro con i giovani, promosso giorni fa da Papa Francesco al Circo Massimo, ha detto: “siamo qui per rappresentare il futuro che nessuno ci può togliere”.

Intanto il Governo gialloverde, con atteggiamento colpevolmente antiscientifico parla di abolire o attenuare l’obbligo di vaccinazione a suo tempo decretato dalla legge Lorenzin. Ciò che, indebolendo l’immunità di gregge stabilita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, comporta seri rischi per le fasce della popolazione più deboli da un punto di vista sanitario, a partire dai più piccoli e dagli anziani. Con il Ministro alla Salute, la grillina Grillo, per assecondare il populismo no-vax, siamo arrivati all’enunciazione dell’obbligo flessibile. Una contraddizione in termini. Pensare che a noi più anziani sembrava ardito l’ossimoro moroteo delle convergenze parallele. Che almeno era una suggestione progressista che apriva la strada al “compromesso storico” berlingueriano e ad una “terza via”.

La Tatangelo è bella e brava, anche se si invecchia più del dovuto, stando all’anagrafe. A prescindere da Gigi D’Alessio, ha pure una bella voce e canta: “C’è un tempo per resistere e un tempo per lasciare”, ma, sentimenti a parte, non prendetela alla lettera. Il tempo è per resistere. Ora e sempre. Non per lasciare. Semmai ci sarebbe stato un tempo per seminare e uno per raccogliere. E se stiamo raccogliendo questo disastro, vuol dire che è stato seminato male o che il terreno era poco buono. O, forse, tutte e due le cose insieme. Crescita rinnovabile e uguaglianza sarebbero state e sarebbero ancora la semina che necessita. Buona domenica e buona fortuna.

Pontedera, 2 Settembre 2018 

Libero Venturi

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